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La Divina Commedia

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La Divina Commedia di Dante Alighieri

Dante Alighieri scrisse La Divina Commedia perchè tutti la potessero leggere ..... grazie ad ILS questo oggi è possibile con un semplice click del mouse!

La Divina Commedia (iniziata verso il 1306-07) è un poema di Dante Alighieri in terza rima, composto di tre cantiche (Inferno, Purgatorio, Paradiso) che comprende 100 canti complessivi:

34 l'Inferno (il primo è introduttivo all'intero poema), in totale 4720 versi

33 il Purgatorio per una somma di 4755 versi

33 il Paradiso con 4758 versi in tutto

Come appare già da questi dati numerici, una struttura simmetrica governa, anche nella sceneggiatura formale dei versi (tendenti ad aumentare via via di cantica in cantica), la costruzione del poema, garantendogli un'architettura unitaria. Le corrispondenze strutturali e distributive, attuate secondo un coerente e saldo piano che salva insieme la individualità e la molteplicità della raffigurazione, poggiano su costanti numeriche, precisamente sul 3 e sul 10, opportunamente moltiplicati già nella distribuzione dei canti in ciascuna cantica.

Argomento dell'opera è il viaggio compiuto da Dante nell'Oltretomba. Tre guide conducono e illuminano il poeta: Virgilio lo accompagna nell'Inferno e in parte del Purgatorio, fino all'Eden; Beatrice, la donna amata da Dante in Gioventù e il cui ricordo l'ha distolto dal traviamento, lo conduce fino all'Empireo, alla Rosa celeste; san Bernardo, che sostituisce Beatrice nella Rosa, mostra a Dante la gloria di Dio. Il viaggio dura circa una settimana e ha inizio nella notte del Venerdi' Santo, l’8 aprile 1300.

L'opera ebbe subito uno straordinario successo, e contribuì in maniera determinante al processo di consolidamento del dialetto toscano come lingua italiana. Il testo, del quale non si possiede l'autografo, fu infatti copiato sin dai primissimi anni della sua diffusione, e fino all'avvento della stampa, in un ampio numero di manoscritti. Parallelamente si diffuse la pratica della chiosa e del commento al testo, dando vita a una tradizione di letture e di studi danteschi mai interrotta; si parla così di secolare commento.

Probabilmente il titolo originale dell'opera fu Commedia, o Comedìa, dal greco κωμωδία (comodìa).
È infatti così che Dante stesso chiama la sua opera (Inferno XVI, 128 e Inferno XXI, 2).
Nell'Epistola (la cui paternità dantesca non è del tutto certa) indirizzata a Cangrande della Scala, Dante ribadisce il titolo latino dell'opera: Incipit Comedia Dantis Alagherii, Florentini natione, non moribus. In essa vengono addotti due motivi per spiegare il titolo conferito: uno di carattere letterario, secondo cui col nome di commedia era usanza definire un genere letterario che, da un inizio difficoltoso per il protagonista si conclude con un lieto fine, e uno stilistico, giacché la parola commedia indicava opere scritte in linguaggio medio. Nel poema, infatti, si ritrovano entrambi questi aspetti: dalla "selva oscura", allegoria dello smarrimento del poeta, si passa alla redenzione finale, alla visione di Dio nel Paradiso; e in secondo luogo, i versi sono scritti in volgare e non in latino che, sebbene esistesse già una ricca tradizione letteraria in lingua del sì, continuava ad essere considerata la lingua per eccellenza della cultura.

L'aggettivo divina fu usato per la prima volta da Giovanni Boccaccio nel Trattatello in laude di Dante del 1373, circa 70 anni dopo il periodo in cui si pensa sia stato cominciato il poema. La dizione Divina Commedia, però, divenne comune solo da metà del Cinquecento in poi, quando Ludovico Dolce, nella sua edizione veneziana del 1555, riprese il titolo boccacciano.

Il nome "Commedia" (nella forma comedìa) appare solo due volte all'interno del poema, mentre nel Paradiso Dante lo definisce "poema sacro". Dante non rinnega il titolo Commedia, anche perché, data la lunghezza dell'opera, le cantiche o i singoli canti vennero pubblicati volta per volta, e l'autore non aveva la possibilità di revisionare ciò che già era stato reso pubblico. Il termine "Commedia" dovette sembrare riduttivo a Dante nel momento in cui componeva il Paradiso, in cui lo stile, ma anche la sintassi, sono profondamente cambiati rispetto ai canti che compongono l'Inferno. Il discorso sulle palinodie, ovvero le correzioni che Dante fa all'interno della sua opera, contraddicendo se stesso ma anche le sue fonti, è molto più vasto ed esteso.
     

Inferno

Purgatorio

Paradiso

Canto I
Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura ché la diritta via era smarrita.
Canto I
Per correr miglior acque alza le vele omai la navicella del mio ingegno, che lascia dietro a sé mar sì crudele;
Canto I
La gloria di colui che tutto move per l'universo penetra, e risplende in una parte più e meno altrove.
     
Canto II
Lo giorno se n'andava, e l'aere bruno toglieva li animai che sono in terra da le fatiche loro; e io sol uno
Canto II
Già era 'l sole a l'orizzonte giunto lo cui meridian cerchio coverchia Ierusalèm col suo più alto punto;
Canto II
O voi che siete in piccioletta barca, desiderosi d'ascoltar, seguiti dietro al mio legno che cantando varca,
     
Canto III
Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l'etterno dolore, per me si va tra la perduta gente.
Canto III
Avvegna che la subitana fuga dispergesse color per la campagna, rivolti al monte ove ragion ne fruga,
Canto III
Quel sol che pria d'amor mi scaldò 'l petto, di bella verità m'avea scoverto, provando e riprovando, il dolce aspetto;
     
Canto IV
Ruppemi l'alto sonno ne la testa un greve truono, sì ch'io mi riscossi come persona ch'è per forza desta;
Canto IV
Quando per dilettanze o ver per doglie, che alcuna virtù nostra comprenda l'anima bene ad essa si raccoglie,
Canto IV
Intra due cibi, distanti e moventi d'un modo, prima si morria di fame, che liber'omo l'un recasse ai denti;
     
Canto V
Così discesi del cerchio primaio giù nel secondo, che men loco cinghia, e tanto più dolor, che punge a guaio.
Canto V
Io era già da quell'ombre partito, e seguitava l'orme del mio duca, quando di retro a me, drizzando 'l dito,
Canto V
«S'io ti fiammeggio nel caldo d'amore di là dal modo che 'n terra si vede, sì che del viso tuo vinco il valore,
     
Canto VI
Al tornar de la mente, che si chiuse dinanzi a la pietà d'i due cognati, che di trestizia tutto mi confuse,
Canto VI
Quando si parte il gioco de la zara, colui che perde si riman dolente, repetendo le volte, e tristo impara;
Canto VI
«Poscia che Costantin l'aquila volse contr'al corso del ciel, ch'ella seguio dietro a l'antico che Lavina tolse,
     
Canto VII
«Pape Satàn, pape Satàn aleppe!», cominciò Pluto con la voce chioccia; e quel savio gentil, che tutto seppe,
Canto VII
Poscia che l'accoglienze oneste e liete furo iterate tre e quattro volte, Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?».
Canto VII
«Osanna, sanctus Deus sabaòth, superillustrans claritate tua felices ignes horum malacòth».
     
Canto VIII
Io dico, seguitando, ch'assai prima che noi fossimo al piè de l'alta torre, li occhi nostri n'andar suso a la cima
Canto VIII
Era già l'ora che volge il disio ai navicanti e 'ntenerisce il core lo dì c'han detto ai dolci amici addio;
Canto VIII
Solea creder lo mondo in suo periclo che la bella Ciprigna il folle amore raggiasse, volta nel terzo epiciclo;
     
Canto IX
Quel color che viltà di fuor mi pinse veggendo il duca mio tornare in volta, più tosto dentro il suo novo ristrinse.
Canto IX
La concubina di Titone antico già s'imbiancava al balco d'oriente, fuor de le braccia del suo dolce amico;
Canto IX
Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza, m'ebbe chiarito, mi narrò li 'nganni che ricever dovea la sua semenza;
     
Canto X
Ora sen va per un secreto calle, tra 'l muro de la terra e li martìri, lo mio maestro, e io dopo le spalle.
Canto X
Poi fummo dentro al soglio de la porta che 'l mal amor de l'anime disusa, perché fa parer dritta la via torta,
Canto X
Guardando nel suo Figlio con l'Amore che l'uno e l'altro etternalmente spira, lo primo e ineffabile Valore
     
Canto XI
In su l'estremità d'un'alta ripa che facevan gran pietre rotte in cerchio venimmo sopra più crudele stipa;
Canto XI
«O Padre nostro, che ne' cieli stai, non circunscritto, ma per più amore ch'ai primi effetti di là sù tu hai,
Canto XI
O insensata cura de' mortali, quanto son difettivi silogismi quei che ti fanno in basso batter l'ali!
     
Canto XII
Era lo loco ov'a scender la riva venimmo, alpestro e, per quel che v'er'anco, tal, ch'ogne vista ne sarebbe schiva.
Canto XII
Di pari, come buoi che vanno a giogo, m'andava io con quell'anima carca, fin che 'l sofferse il dolce pedagogo.
Canto XII
Sì tosto come l'ultima parola la benedetta fiamma per dir tolse, a rotar cominciò la santa mola;
     
Canto XIII
Non era ancor di là Nesso arrivato, quando noi ci mettemmo per un bosco che da neun sentiero era segnato.
Canto XIII
Noi eravamo al sommo de la scala, dove secondamente si risega lo monte che salendo altrui dismala.
Canto XIII
Imagini, chi bene intender cupe quel ch'i' or vidi - e ritegna l'image, mentre ch'io dico, come ferma rupe -,
     
Canto XIV
Poi che la carità del natio loco mi strinse, raunai le fronde sparte, e rende'le a colui, ch'era già fioco.
Canto XIV
«Chi è costui che 'l nostro monte cerchia prima che morte li abbia dato il volo, e apre li occhi a sua voglia e coverchia?».
Canto XIV
Dal centro al cerchio,e sì dal cerchio al centro movesi l'acqua in un ritondo vaso, secondo ch'è percosso fuori o dentro:
     
Canto XV
Ora cen porta l'un de' duri margini; e 'l fummo del ruscel di sopra aduggia, sì che dal foco salva l'acqua e li argini.
Canto XV
Quanto tra l'ultimar de l'ora terza e 'l principio del dì par de la spera che sempre a guisa di fanciullo scherza,
Canto XV
Benigna volontade in che si liqua sempre l'amor che drittamente spira, come cupidità fa ne la iniqua,
     
Canto XVI
Già era in loco onde s'udìa 'l rimbombo de l'acqua che cadea ne l'altro giro, simile a quel che l'arnie fanno rombo,
Canto XVI
Buio d'inferno e di notte privata d'ogne pianeto, sotto pover cielo, quant'esser può di nuvol tenebrata,
Canto XVI
O poca nostra nobiltà di sangue, se gloriar di te la gente fai qua giù dove l'affetto nostro langue,
     
Canto XVII
«Ecco la fiera con la coda aguzza, che passa i monti, e rompe i muri e l'armi! Ecco colei che tutto 'l mondo appuzza!».
Canto XVII
Ricorditi, lettor, se mai ne l'alpe ti colse nebbia per la qual vedessi non altrimenti che per pelle talpe,
Canto XVII
Qual venne a Climené, per accertarsi di ciò ch'avea incontro a sé udito, quei ch'ancor fa li padri ai figli scarsi;
     
Canto XVIII
Luogo è in inferno detto Malebolge, tutto di pietra di color ferrigno, come la cerchia che dintorno il volge.
Canto XVIII
Posto avea fine al suo ragionamento l'alto dottore, e attento guardava ne la mia vista s'io parea contento;
Canto XVIII
Già si godeva solo del suo verbo quello specchio beato, e io gustava lo mio, temprando col dolce l'acerbo;
     
Canto XIX
O Simon mago, o miseri seguaci che le cose di Dio, che di bontate deon essere spose, e voi rapaci
Canto XIX
Ne l'ora che non può 'l calor diurno intepidar più 'l freddo de la luna, vinto da terra, e talor da Saturno
Canto XIX
Parea dinanzi a me con l'ali aperte la bella image che nel dolce frui liete facevan l'anime conserte;
     
Canto XX
Di nova pena mi conven far versi e dar matera al ventesimo canto de la prima canzon ch'è d'i sommersi.
Canto XX
Contra miglior voler voler mal pugna; onde contra 'l piacer mio, per piacerli, trassi de l'acqua non sazia la spugna.
Canto XX
Quando colui che tutto 'l mondo alluma de l'emisperio nostro sì discende, che 'l giorno d'ogne parte si consuma,
     
Canto XXI
Così di ponte in ponte, altro parlando che la mia comedìa cantar non cura, venimmo; e tenavamo il colmo, quando
Canto XXI
La sete natural che mai non sazia se non con l'acqua onde la femminetta samaritana domandò la grazia,
Canto XXI
Già eran li occhi miei rifissi al volto de la mia donna, e l'animo con essi, e da ogne altro intento s'era tolto.
     
Canto XXII
Io vidi già cavalier muover campo, e cominciare stormo e far lor mostra, e talvolta partir per loro scampo;
Canto XXII
Già era l'angel dietro a noi rimaso, l'angel che n'avea vòlti al sesto giro, avendomi dal viso un colpo raso;
Canto XXII
Oppresso di stupore, a la mia guida mi volsi, come parvol che ricorre sempre colà dove più si confida;
     
Canto XXIII
Taciti, soli, sanza compagnia n'andavam l'un dinanzi e l'altro dopo, come frati minor vanno per via.
Canto XXIII
Mentre che li occhi per la fronda verde ficcava io sì come far suole chi dietro a li uccellin sua vita perde,
Canto XXIII
Come l'augello, intra l'amate fronde, posato al nido de' suoi dolci nati la notte che le cose ci nasconde,
     
Canto XXIV
In quella parte del giovanetto anno che 'l sole i crin sotto l'Aquario tempra e già le notti al mezzo dì sen vanno,
Canto XXIV
Né 'l dir l'andar, né l'andar lui più lento facea, ma ragionando andavam forte, sì come nave pinta da buon vento;
Canto XXIV
«O sodalizio eletto a la gran cena del benedetto Agnello, il qual vi ciba sì, che la vostra voglia è sempre piena,
     
Canto XXV
Al fine de le sue parole il ladro le mani alzò con amendue le fiche, gridando: «Togli, Dio, ch'a te le squadro!».
Canto XXV
Ora era onde 'l salir non volea storpio; ché 'l sole avea il cerchio di merigge lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:
Canto XXV
Se mai continga che 'l poema sacro al quale ha posto mano e cielo e terra, sì che m'ha fatto per molti anni macro,
     
Canto XXVI
Godi, Fiorenza, poi che se' sì grande, che per mare e per terra batti l'ali, e per lo 'nferno tuo nome si spande!
Canto XXVI
Mentre che sì per l'orlo, uno innanzi altro, ce n'andavamo, e spesso il buon maestro diceami: «Guarda: giovi ch'io ti scaltro»;
Canto XXVI
Mentr'io dubbiava per lo viso spento, de la fulgida fiamma che lo spense uscì un spiro che mi fece attento,
     
Canto XXVII
Già era dritta in sù la fiamma e queta per non dir più, e già da noi sen gia con la licenza del dolce poeta,
Canto XXVII
Sì come quando i primi raggi vibra là dove il suo fattor lo sangue sparse, cadendo Ibero sotto l'alta Libra,
Canto XXVII
'Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo', cominciò, 'gloria!', tutto 'l paradiso, sì che m'inebriava il dolce canto.
     
Canto XXVIII
Chi poria mai pur con parole sciolte dicer del sangue e de le piaghe a pieno ch'i' ora vidi, per narrar più volte?
Canto XXVIII
Vago già di cercar dentro e dintorno la divina foresta spessa e viva, ch'a li occhi temperava il novo giorno,
Canto XXVIII
Poscia che 'ncontro a la vita presente d'i miseri mortali aperse 'l vero quella che 'mparadisa la mia mente,
     
Canto XXIX
La molta gente e le diverse piaghe avean le luci mie sì inebriate, che de lo stare a piangere eran vaghe.
Canto XXIX
Cantando come donna innamorata, continuò col fin di sue parole: 'Beati quorum tecta sunt peccata!'.
Canto XXIX
Quando ambedue li figli di Latona, coperti del Montone e de la Libra, fanno de l'orizzonte insieme zona,
     
Canto XXX
Nel tempo che Iunone era crucciata per Semelè contra 'l sangue tebano, come mostrò una e altra fiata,
Canto XXX
Quando il settentrion del primo cielo, che né occaso mai seppe né orto né d'altra nebbia che di colpa velo,
Canto XXX
Forse semilia miglia di lontano ci ferve l'ora sesta, e questo mondo china già l'ombra quasi al letto piano,
     
Canto XXXI
Una medesma lingua pria mi morse, sì che mi tinse l'una e l'altra guancia, e poi la medicina mi riporse;
Canto XXXI
«O tu che se' di là dal fiume sacro», volgendo suo parlare a me per punta, che pur per taglio m'era paruto acro,
Canto XXXI
In forma dunque di candida rosa mi si mostrava la milizia santa che nel suo sangue Cristo fece sposa;
     
Canto XXXII
S'io avessi le rime aspre e chiocce, come si converrebbe al tristo buco sovra 'l qual pontan tutte l'altre rocce,
Canto XXXII
Tant'eran li occhi miei fissi e attenti a disbramarsi la decenne sete, che li altri sensi m'eran tutti spenti.
Canto XXXII
Affetto al suo piacer, quel contemplante libero officio di dottore assunse, e cominciò queste parole sante:
     
Canto XXXIII
La bocca sollevò dal fiero pasto quel peccator, forbendola a'capelli del capo ch'elli avea di retro guasto.
Canto XXXIII
'Deus, venerunt gentes', alternando or tre or quattro dolce salmodia, le donne incominciaro, e lagrimando;
Canto XXXIII
«Vergine Madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d'etterno consiglio,
     
Canto XXXIV
«Vexilla regis prodeunt inferni verso di noi; però dinanzi mira», disse 'l maestro mio «se tu 'l discerni».
   

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